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#16: “Fanny & Alexander”

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Fanny & Alexander

Fanny & Alexander

L’intenzione di Bergman era quella di concludere la sua carriera con “Fanny & Alexander” e forse per questo ha ripreso i vecchi temi già trattati negli altri film, gli ha mischiati, impastati e filtrati per ottenere un lunghissimo metraggio di oltre 300 minuti da presentare in tv, ridotti a 197 per il cinema e il dvd. La storia segue la famiglia svedese degli Ekdhal, borghese e ben inserita in società. Il padre e capo famiglia, attore e regista affermato, incline all’arte e alla rappresentazione (come in “Il volto” o “Come in uno specchio“) muore improvvisamente. In una sequenza angosciante di congedo dai figli (riprendendo il tema da “Sussurri e grida“) promette di non lasciarli mai e così farà, trasformandosi in un’anima in pena che assisterà senza poter intervenire ai problemi della sua famiglia.

La madre è costretta a risposarsi con un rigido pastore protestante, Vergérus, che prosegue l’educazione dei figliastri Fanny e Alexander secondo i dettami della sua religione. Il trasferimento nella casa/castello del pastore obbligherà i due bambini in un ambiente scarno e austero, dove le relazioni umane sono distanti e severe raggiungendo l’apice della punizione corporale. Anche la madre è infelice del nuovo rapporto e si allontana riparando dalla nonna dei ragazzi, Elena, confessandogli l’errore di aver sposato Vergérus e dell’impossibilità del divorzio.

Ai due giovani arriva in soccorso il compagno della nonna, un’ebreo che riesce grazie a un’illusione a rapirli nascondendoli nella sua casa. In questa notte di fuga, Alexander torna alle visioni; insieme al fantasma del padre si interroga sull’esistenza di Dio (in una sequenza che ricorda molto da vicino “Come in uno specchio“) e dialoga con uno dei fratelli dell’ebreo, imprigionato perché pazzo. Vergérus muore bruciato in un incidente e Fanny e Alexander possono tornare con la madre a casa. Alexander si abbandona all’abbraccio della nonna che gli legge alcune righe, tratte da “Il sogno” di Strindberg:

Tutto può accadere. Tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono, su una base insignificante di realtà, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni. I personaggi si scindono, si raddoppiano, si sdoppiano, svaniscono, prendono consistenza, si sciolgono e si ricompongono. Una coscienza, tuttavia, sovrasta tutte, quella del sognatore: per essa non ci sono segreti, inconseguenze, scrupoli, leggi. Egli non condanna, non assolve, solo riferisce; e poiché il sogno il più delle volte è doloroso, solo di rado lieto, una nota di malinconia e di pietà verso quanto è vivente attraversa il vacillante racconto.

Fanny & Alexander

Fanny & Alexander

Queste ultime righe non chiudono solo la storia di Fanny & Alexander, ma riassumono il messaggio di tutta la carriera di Bergman. Come racconta lo stesso regista, il cinema è un’illusione che si costruisce nella sala. Al buio lo spettatore guarda intensamente l’unico punto di luce, il film proiettato sullo schermo, in una situazione che ricorda da vicino lo stato ipnotico. L’illusione accompagna il viaggio di Alexander, la figura del padre gli è vicino, le statue prendono vita. Il film sembra autobiografico, anche se Bergman smentisce questa affermazione. Si riconosce in Alexander, ma non associa il padre-attore al suo padre reale, piuttosto al pastore, con la rigidità e fermezza della religione. Confessione – punizione – perdono sono le tre leggi che hanno cresciuto l’infanzia di Bergman e che riconosce nel pastore Vergérus. Fanny è invece la speranza, presente ma mai partecipe, candida e quasi indifferente.

Le due figure femminili, la madre e la nonna,  sono altre protagoniste importanti. Sempre presenti, sono sia il problema (tradimenti e matrimoni sbagliati), sia la soluzione, come nei temi strindberghiani già affrontati in “Scene da un matrimonio” e “Il posto delle fragole“. Esemplare è infatti la chiusura del film proprio tra le braccia della nonna, dove Alexander ritrova la serenità.

Scritto da paolo

26 gennaio, 2009 a 17:15

Pubblicato in film

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